Giornata di digiuno per Amal Fathy
27 agosto 2018 Condividi

Giornata di digiuno per Amal Fathy

Una giornata di mobilitazione per Amal Fathy, arrestata l’11 maggio scorso e portata alla stazione di polizia di Maadi, al Cairo, insieme al marito – Mohamed Lotfy, ex ricercatore di Amnesty International e attuale direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf), una organizzazione per i diritti umani in Egitto – e al loro figlio di tre anni, entrambi rilasciati tre ore dopo.

Il procuratore di Maadi ha ordinato la sua detenzione per 15 giorni in attesa di indagini sulle accuse, tra cui “la pubblicazione di un video che include notizie false che potrebbero danneggiare la pace pubblica“.

Il giorno successivo un procuratore della Suprema sicurezza dello Stato l’ha interrogata, invece, sulla sua presunta connessione con il Movimento giovanile 6 aprile e ha ordinato la sua detenzione per altri 15 giorni in attesa di indagini.

L’unica colpa di Amal sembra quella di aver pubblicato due giorni prima del suo arresto (il 9 maggio) un video sulla sua pagina Facebook in cui ha condiviso la sua esperienza di molestie sessuali.

Nel video Amal ricordava quanto sia un problema diffuso in Egitto, criticando l’incapacità del governo di proteggere le donne.

Questa denuncia è stata anche l’occoccasione per criticare il governo per il giro di vite sui diritti umani, per le condizioni socio-economiche e la scarsa qualità dei servizi pubblici.

Alcuni troll online hanno ripubblicato il video e le foto di Amal Fathy sui social media insieme ad insulti sessisti e per chiederne l’arresto. Diversi media filo-governativi e statali hanno pubblicato articoli sul video e hanno falsamente definito Amal un’attivista del Movimento 6 aprile, a servizio dell’ECRF. Hanno inoltre diffuso la notizia del suo matrimonio con il direttore di ECRF in totale violazione della sua privacy.

Amnesty International considera Amal Fathy una prigioniera di coscienza. Aiutaci a chiedere al presidente Abdel Fattah al-Sisi di scarcerarla immediatamente.

Il testo è tratto dall’Appello di Amnesty international