Leggo quando voglio: recensione Lithium 48
2 aprile 2018 Condividi

Leggo quando voglio: recensione Lithium 48

Con Lithium 48 mi sono imbattuta in Fabio Iuliano per la prima volta. Questo romanzo breve, di sole 70 pagine, è stato categorizzato come distopico, io ho preferito, però, presentarvelo come Postmoderno, perché mi ha ricordato molto i romanzi dei grandi autori fautori del genere: specialmente DeLillo.

Questo romanzo, infatti, sarà anche breve ma non è di semplice lettura: leggerete dei passaggi senza sapere bene se avete capito veramente quello che l’autore vi voleva dire e, anche una volta terminatolo, non avrete tutte le risposte ben confezionate: le dovrete cercare da voi. Questo, abbinato ad un importante ruolo, negativo, dell’avvento della modernità (in questo caso principalmente le telecamere, oltre che al terrorismo) descrivono ciò che per me è un’opera postmoderna. L’elemento distopico, comunque, si può perfettamente comprendere e, in ogni caso, è difficile che chi ama un genere non ami l’altro, perché spesso si sposano alla perfezione.

Il protagonista, Simone, vive nella Parigi del 2002, pochissimo tempo dopo l’attacco alle Torri Gemelle americane. L’ambientazione si divide in due: da una parte la città, raccontata da chi la conosce bene e non perde tanto tempo a descriverla, dall’altra il manicomio, il luogo in cui il protagonista viene tenuto. Per quanto l’elemento ambientale sia fondamentale e l’autore si soffermi anche a mostrarcelo (specialmente per quanto riguarda alcune parti di Parigi) penso che questo aspetto avrebbe potuto essere approfondito ancora di più da Iuliano. Temporalmente il libro occupa lo spazio di qualche giorno. Nell’epilogo c’è un salto temporale di 10 anni che aiuterà a capire più cose.

Il caldo artificiale dei radiatori elettrici, la luce che filtra dall’alto. Nell’aria, odore di talco mentolato. Non ho più le manette ma sono chiuso in una stanza due metri per due. È tutto bianco qui. Soffitto, letto, lenzuola. Sono vestito di bianco anch’io. Vedo sfocato.

La trama difficilmente può non suscitare interesse: un uomo chiuso in un cosiddetto manicomio, sedato e con un vuoto di memoria di 48 ore. Il lettore brama sapere cosa gli è successo, se davvero si tratta di un pazzo o se c’è stato un errore e in che modo la sua vita possa essere cambiata così tanto, in pochissimo tempo.

Mi è piaciuta particolarmente la struttura del romanzo. Possiamo trovare due tipologie di capitoli, una tipologia è quella dell’Espace Maison Blanche, il luogo dove il protagonista è rinchiuso. La seconda è quella della sua vita prima di quel momento, dove Simone ricostruisce le 48 ore precedenti, cercando di ricordare il perché sia finito in quella situazione.

Io ho letto un ebook e, in questo formato, la cura non era totale. Qualche punto mancante e qualche spazio di troppo, piccolissimi refusi, ma niente che rendesse difficile la comprensione del testo. È, però, probabile che nella versione ufficiale del libro queste mancanze non ci siano.

Quello che è fondamentale in un romanzo di questo genere è la resa dell’atmosfera. Il protagonista è un paranoico e, perciò, noi dobbiamo essere in grado di percepire ciò che lui prova; ansia, agitazione e la sensazione che vi sia qualcosa di molto importante che ci sfugge. Trovo che l’autore sia riuscito nell’intento e che questo aspetto sia proprio ciò che porta a leggere velocemente il libro.

Ho imparato ad aver paura delle telecamere da quando mi sono accorto di essere seguito. Da quando mi sono accorto che, alla mia presenza, la gente cambia atteggiamento. Percepisco il nervosismo.

Il ritmo narrativo, infatti, non è oggettivamente veloce. Il testo è colmo di citazioni, di testi di canzoni, di libri, di film. L’attenzione del protagonista non sempre è focalizzata dove vorremmo. D’altro canto, però, la voglia di scoprire cos’è successo e l’empatia con ciò che prova Simone ci portano a terminare la lettura a tempo record.

personaggi non sono volutamente approfonditi. Come spesso capita in testi di questo genere, è il protagonista ad avere l’unica introspezione degna di nota. Il motivo è semplice: lui stesso non sa di chi si può fidare e sospetta che gli altri sappiano o siano qualcosa di più di ciò che dichiarano, è dunque impossibile per noi conoscerli a fondo.

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Nella mente del protagonista ci si immedesima facilmente perché lo stile dell’autore è molto personale, rende tutta la narrazione reale e verosimile, come se stessimo veramente leggendo le registrazioni fatte da Simone nel manicomio. Allo stesso tempo, però, è un uomo colpito da un’ossessione, non possiamo dire di conoscere lui ma solo ciò che prova in quel determinato momento.

Io da qualche mese a questa parte non mi sento lo stesso. Ho paura ogni volta che mi fermo in un luogo affollato, che sia un centro commerciale, un concerto o un mercatino. E non mi sento addosso quella paura sana, che ti spinge a valutare e affrontare le sfide di ogni giorno, ma quella malata che ti blocca, si trasforma in nevrosi e ti fa uscire da te stesso.

L’incipit mi è piaciuto perché penso che faccia capire già bene alcuni aspetti del libro. Prima di tutto, la ricorrente frase “avevo cinque anni e mezzo” che si ripete spesso all’interno del romanzo, riportando ogni dialogo ed accadimento a quel momento. Inoltre troviamo il primo frammento di canzone (ce ne saranno molti altri nel testo) e, infine, comprendiamo l’enorme ironia insita nel protagonista, a volte anche inconsapevolmente.

La fine dà risposta a molte delle domande che, durante la lettura, nasceranno nel lettore, ma non propriamente a tutte. È un finale inaspettato e prevedibile allo stesso tempo, a seconda del significato che gli si vuole dare. A me è piaciuto, anche se come sapete amo la prolissità e preferisco sempre che ci sia scritto di più.

In conclusione, questo è un libro interessante ed intelligente che affronta il tema del panico creato dal terrorismo in maniera divertente ma, al contempo, profonda.

Lo consiglio perché è un libro con un doppio livello interpretativo: per chi non ha voglia di porsi domande può essere di puro intrattenimento, per chi, invece, ha voglia di qualcosa che lo faccia riflettere senza, però, appesantirlo con risposte non richieste, Lithium 48 potrà essere una buona fonte d’ispirazione.

di Samantha Zandi – fonte: Leggo quando voglio

Citazioni

Di quei giorni, ho pochi ricordi nitidi che potrei avvolgere nel nastro di una vecchia cassetta verde.

Tante ipotesi si affollavano nella testa: tutte concordanti sul fatto che la figlia del dottore e le galline non fossero affatto salite sul comò per guardare meglio la televisione.

Quando avevo cinque anni e mezzo, a me dell’italiano dava fastidio una cosa sola. Che le parole finissero con una vocale.

Devo cercare di ricostruire come sono finito qui e soprattutto perché. Devo farlo. È l’unica maniera per capire quello che mi sta succedendo.

Mi sembra di muovermi in uno spazio diverso, una geografia inedita, fatta si colori e sfumature che ridisegnano il presente.

Non ti rendi conto del potere che ha la pelle su di te fino a quando non ti trovi stretto in un abbraccio e l’unica cosa che desideri in quel momento è morirci dentro.