Un viaggio tra grunge e poesia #Deliriprogressivi
28 gennaio 2018 Condividi

Un viaggio tra grunge e poesia #Deliriprogressivi

When he was six he believed that
the moon over head followed him
by nine he had deciphered the illusion,
trading magic for fact
no tradebacks…
so this is what it’slike to be an adult
if he only knew now what he knew then…
Quando aveva sei anni credeva che la luna
sopra la sua testa lo seguisse
A nove decifrò l’illusione
scambiando la magia con la realtà
e senza tornare indietro
È così che si fa un adulto?
Se solo sapesse ora ciò che sapeva allora…

(tratto da “I’m Open”,  Pearl Jam)


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di Alessandra Prospero – Musica e letteratura che si compenetrano in maniera alchemica, in una dimensione allegorica in cui nessuna delle due forme è subordinata all’altra.

Questa è la sensazione che si ha addentrandosi nel libro Lithium 48 (Aurora edizioni) e nel suo eclettico autore Fabio Iuliano.
Entrambi, opera ed autore, si aprono al lettore come un viaggio, un itinerario che rappresenta la metafora della vita stessa.

Lithium 48 infatti è un viaggio psichedelico ed introspettivo di 48 ore in una Parigi misteriosa, con un protagonista maschile alla ricerca di se stesso.

Simone, giovane blogger e musicista, amante del grunge e di tutto l’alternative rock in generale, ci trascina in una storia controversa sin dal suo risveglio in una casa di cura dove vengono accompagnate le persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio.
Non sarà facile per il protagonista ritrovare se stesso e il filo logico della sua vicenda ma proverà a farlo, febbrilmente, in 48 ore.

L’autore, Fabio Iuliano, giornalista e docente di lingue straniere, è alla sua seconda pubblicazione dopo “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni).
Deliriprogressivi l’ha intervistato per voi.


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Il tuo libro è colmo di citazioni musicali, si apre addirittura con la playlist delle canzoni citate nel libro e con il codice QR da utilizzare su Spotify per poterle ascoltare.
Lithium48 unisce musica e letteratura, senza che l’una sia deferente rispetto all’altra: quando inizia il tuo amore per la musica e quando inizia il tuo amore per la letteratura?
La musica è la prima “porta”. Nel mio primo libro parlo di Federico Garcia Lorca che iniziò a strimpellare le prime canzoni andaluse popolari nel giardino di famiglia con la chitarra della zia, divenendo poi un asso al pianoforte. Per quanto riguarda me, ho iniziato a scrivere canzoni quando ero piccolo: sono piccole cose che ho regalato al mio personaggio, Simone, al quale, non a caso, ho fatto fare il mio stesso percorso musicale. Ero piccolo e le mie fonti di ispirazione erano Cristina D’Avena, Ken il guerriero a cui peraltro sono legato da un importante aneddoto personale: il compositore e cantante della sigla italiana di Ken il guerriero, Claudio Maioli, è stato un mio professore al master universitario a L’Aquila.Queste canzoncine che componevo hanno avuto il grande pregio di farmi sempre trovare tra le mani uno strumento musicale: una volta la tastiera, poi la chitarra, poi il flauto che si studia a scuola… Insomma una passione che è cresciuta gradualmente e che infine è esplosa.Quali sono, a questo punto, i gruppi che ti hanno influenzato da ragazzo e da adulto?

I Doors, i Guns n’Roses, in particolare i Litfiba, nel libro ci sono delle citazioni al riguardo. Piero Pelù l’ho seguito per anni, anche per il suo carisma. Poi mi è rimasto incollato il mito dei Pearl Jam e tutto il genere grunge: da allora ogni “stronzata” che faccio nella vita la giustifico o la racconto con una canzone dei Pearl Jam. Volendo dare un ritmo e una voce al personaggio, gli ho voluto dare i miei gruppi di riferimento.

Tu sei un docente di lingue straniere. Che valenza ha la padronanza della lingua straniera nell’approccio e nella fruizione di musica e poesia non italiana?

Nella mia formazione professionale ho basato molto del listening sulle canzoni, sulle espressioni idiomatiche, sulla pronuncia. Le lingue sono state il passaporto per viaggiare, amo viaggiare e cerco sempre di imparare qualche parola di ogni posto che mi ospita. Per me è questo la lingua, non tanto l’ostentazione della grammatica ma la possibilità di comunicare. Uno dei miei amici dell’università mi disse «L’arte non è il protagonismo ma la voglia di comunicare» e per me anche l’aspetto linguistico segue questa linea.

Tu sei il frontman di un gruppo musicale di rock alternativo che si chiama ‘Yawp’. Da cosa deriva questo nome?

‘Yawp’ è il grido barbarico che il buon Walt Whitman gridava sui tetti del mondo. Deriva quindi dalla suggestione dell’Attimo fuggente ma anche da un’esperienza personale: quando è iniziata quest’avventura musicale insegnavo Inglese al liceo scientifico e cercavo un nome per la testatina giornalistica… ci siamo dati questo nome affinché i ragazzi potessero gridare attraverso il giornalismo ciò che avevano dentro.

Oltre te, che sei il frontman, compositore e chitarrista, chi sono i componenti della band?

Stefano Millimaggi chitarra
Nino Maurizi/Danilo Ciccarella  basso
Piero Pozzi batteria
Ilaria De Angelis maestra di flamenco
Irene De Amicis  danzatrice di flamenco

20171214_220957Nella distinzione ontologica e morfologica tra creazione e performance dove si colloca la sperimentazione secondo te?

La sperimentazione è sicuramente nella performance. Non puoi mai sapere fino a quando non hai davanti a te gli occhi del pubblico. È il pubblico davanti che mi cambia il contesto. Bob Dylan afferma che è più difficile suonare davanti a 50 persone che a 50mila perché 50mila sono un’unica entità e sono al di là delle luci: personalmente non ho mai avuto la fortuna di suonare davanti a 50mila persone ma credo che abbia ragione perché quando invece ti trovi ad esibirti in piccoli contesti con delle performance come quelle che capitano a uno come me, tu guardi la gente negli occhi e molto spesso è lo sguardo del pubblico che fa cambiare il modo di suonare, il modo di cantare, fa balbettare, etc..  È l’emozione del momento, perché è l’emozione che crea la sperimentazione. Poi, a livello di scrittura, io ho voluto sperimentare tanti registri ma ormai credo che tutti abbiano inventato tutto quindi non so quanto di autentico ci possa essere ormai in tal senso. Quest’estate, per aver risposto a una catena e aver spedito un libro, il caso mi ha portato ‘Dance DanceDance’ di HarukiMurakami: se non avessi avuto quel libro, probabilmente non avrei avuto determinate strategie nell’inserire la musica all’interno del mio libro. Ciò a conferma del fatto che tutto ciò che volevo sperimentare è stato già fatto meglio da qualcun altro.

Il tuo primo libro narra l’itinerario poetico ed esistenziale di Federico Garcia Lorca. Differenze e similitudini tra i tuoi due libri?

Personalmente ho voluto laurearmi ripercorrendo quelli che furono i luoghi della vita di Federico Garcia Lorca: Madrid, Andalusia, New York. Il primo libro dunque è un posare i piedi sulle sue stesse orme. Lithium 48 invece rappresenta un viaggio fisico e introspettivo in una Parigi che conosco e in cui torno spesso.
In entrambi cerco di rendere l’importanza e la simbologia del viaggio, anche all’interno del desiderio.
Garcia Lorca, per quanto io ne parli poco nel libro, aveva un’omosessualità quasi spirituale: cercava nella perfezione maschile l’incarnazione della sua spiritualità. La divinità per lui era una figura maschile perfetta e dunque il suo desiderio era una porta verso la spiritualità.
Anche in Lithium 48 il percorso spirituale passa attraverso una serie di barriere decisamente terrene ascritte al desiderio.

 

Lasciamo Fabio Iuliano e Lithium 48 con la sensazione di aver intrapreso un viaggio, parallelo a quello che siamo chiamati a compiere ogni giorno, il nostro viaggio esistenziale. Il percorso è delimitato da desiderio e paura, due facce della stessa medaglia, come direbbe l’autore. Dobbiamo ricordarci di non tendere troppo né verso un elemento né verso l’altro, per non rimanerne in balia.
Dobbiamo capire se stiamo procedendo in maniera corretta e quanta strada abbiamo percorso.
Citando il compianto Layne Staley, voce degli Alice in chains, a cui Iuliano dedica un tributo nel libro:

Have I run too far to get home?
Ho corso troppo lontano per tornare a casa?
(tratto da “Would”, Alice in chains)