“Hang the dj”, quando la vita è un algoritmo
8 gennaio 2018 Condividi

“Hang the dj”, quando la vita è un algoritmo

Black Mirror continua a raccontare le contraddizioni del nostro presente, il nostro rapporto con la tecnologia e a ipotizzare scenari possibili per il futuro. Questi nuovi sei episodi, però, stanno dividendo gli spettatori più del solito: la stagione starebbe deludendo le aspettative, avrebbe perso mordente e capacità di analisi e si sarebbe anche indebolita dal punto di vista narrativo e visivo. Probabilmente è vero, ma è altrettanto possibile che Black Mirror sia vittima di eccessive aspettative: non è possibile pensare che una serie tv possa letteralmente sconvolgere chi la guarda in ogni suo episodio.

Tra i nuovi c’è almeno un capitolo della serie che, almeno dal punto di vista dell’analisi, è molto interessante. “Hang the Dj” è un episodio che ha certamente al centro il dating favorito dalla tecnologia, un elemento caratterizzante delle relazioni sentimentali di oggi. L’episodio, però, fa un lavoro più in profondità e che guarda oltre la relazione tra i due protagonisti e il modo in cui si conoscono, costruiscono il loro rapporto e infine riescono a preservarlo. Tutto l’episodio, incluso il suo finale, è infatti pervaso da un sottotesto inquietante che fa da sfondo alle decisioni dei protagonisti e a quelle del software cui si affidano.

Per questa ragione sarebbe limitante fare di “Hang the Dj” un episodio che parla esclusivamente di dating online o passarlo come l’episodio “su Tinder” di Black Mirror. La storia è infatti ambientata in un contesto in cui tutto è quantificabile, calcolato, testato e le decisioni vengono prese, dal software come dagli esseri umani, solo dopo un accurato numero di test, correlazioni e verifiche di affinità.

Il mondo di  “Hang the Dj” è un mondo in cui è stato abolito il conflitto, non ci sono spazi per tentativi, asperità o rischi, nemmeno nelle relazioni umane, che devono essere costruite al medesimo scopo ed essere perfettamente programmate e destinate. Persino la relazione sentimentale tra i protagonisti deve funzionare come un algoritmo infallibile, basato su un numero imprecisato di calcoli capace di sancirne la stabilità e la legittimità al 99,8% di probabilità.

C’è molto in questa impostazione, per quanto in nuce, di diverse esperienze della vita quotidiana dell’oggi e l’estrema targetizzazione delle nostre esperienze online, con la loro consequente inevitabile limitatezza, è forse l’esempio più chiaro di questa idea: gli ambienti online in cui trascorriamo la stragrande maggioranza del nostro tempo sono disegnati per farci vivere esperienze destinate a non turbarci, a non smontare i nostri assunti, e a non entrare il meno possibile in contatto con elementi di disturbo o che non ci assomigliano. Buona parte delle nostre attività online è il risultato di calcoli, correlazioni, filter bubble costruite a nostra immagine e somiglianza sulla base di dati che ci descrivono e anticipano i nostri desideri.

Qualche mese fa una giornalista del Guardian chiese a Tinder di avere accesso a tutti i dati sul suo conto raccolti e processati dall’applicazione di dating: il risultato fu letteralmente oceanico e ci dà un peso a quella ossessione per la correlazione, per l’incastro perfetto di ogni linea di calcolo. Nel software di “Hang the Dj” anche la ribellione contro il suo finanziamento è una variabile da processare ed è anzi il coefficiente che sancisce il futuro della relazione tra i due. Una ribellione svuotata di significato che in realtà è a sua volta un test in laboratorio: il sistema è pensato per quantificare anche la propria sconfitta.

Solo a fine episodio viene svelato il meccanismo che regge tutta la storia: il 98,8% quello che vediamo avviene dentro il software e non ci è dato sapere se i protagonisti fuori dall’algoritmo sappiano come questo funzioni. La tecnologia non è mai il cattivo della serie, ci hanno detto Charlie Brooker e Annabel Jones, i creatori di Black Mirror, nella nostra intervista, ma qui opera probabilmente in modi del tutto oscuri, segreti, manovrando i destini dei protagonisti da remoto, senza che sia data loro la possibilità di sapere come ciò avvenga.

Forse “Hang the Dj” non è il miglior episodio di Black Mirror e questa non è la sua miglior stagione, ma ci racconta una società il cui obiettivo è essere efficiente prima che vivibile, rassicurante, prima che comprensibile. Un mondo costituito da “black box” dentro cui è impossibile vedere, ma a cui occorre affidare comunque il proprio costante lifelogging, pena essere esclusi dai suoi calcoli. “Hang the Dj” è un algoritmo.

Fonte: Wired.it

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