Federico e i suoni dell’alba
14 novembre 2016 Condividi

Federico e i suoni dell’alba

¡Qué haré yo sobre estos campos
Cogiendo nidos y ramas
Rodeado de la aurora
Y llena de noche el alma!

Il contrasto fra la notte e il giorno, fra il buio e la luce, fra il sorgere e il calare del sole, sullo sfondo esistenziale dei sentimenti universali dell’amore, del rimpianto, della nostalgia, della mancanza. Nei versi iniziali, l’alba appare come svelatrice, come campanello d’allarme (“avverte”) del dolore. Questo si ricongiunge alla tradizione romantica secondo cui la notte è complice del poeta che riesce a nascondere il suo malessere nella sua oscurità. Ma appena sorge il sole, ci si sveglia dal “sogno delle lontananze” e la mancanza torna forte a tormentare l’animo.  La luce dell’aurora anziché dare speranza (antica metafora biblica, del Dio-luce-speranza) rivela la cruda realtà delle cose, rende nitido e distinto il rimpianto.

La notte viene associata all’immagine di sepolcro, che, seppur macabra, riporta al senso di pace che prova il poeta quando cala il buio e il giorno, se prima era svelatore, ora diventa colui che nasconde (con la sua luce) le stelle. Notare altra metafora biblica (sepolcro… distende il velo…) che ricorda la deposizione di Cristo.

E’ interessante il gioco degli opposti e la concezione di assoluto relativismo che viene trasmessa con questa poesia: la notte che generalmente è inquietante, diventa un rifugio. Il giorno che dovrebbe sollevare l’animo, rivela verità atroci.

La luce che normalmente rivela le cose, i questo poema rivela solo la realtà che è dolore, ma nasconde un’altra luce, quella delle stelle, che può essere vista solo nel buio, che quindi diventa a sua volta rivelatore.
Nella parte successiva della poesia  il poeta dichiara ciò che già prima lasciava intuire: il suo cuore è a suo agio nel buio, e una volta che si trova alla luce del sole, non sa che fare, perchè la sua anima è comunque carica di notte. Essere carichi di notte significa essere privi dell’amor perduto, essere privi di quegli occhi che  sono morti con la luce. Di nuovo torna la metafora della luce come colei che uccide, che pone fine alla speranza, ma soprattutto che pone fine all’illusione. E’ come se di notte, per il poeta tutto sia possibile. Amare, essere ricambiato, credere, sperare, sognare, costruire illusioni, fidarsi. La luce invece porta alla fine delle fantasie, porta a dover fare i conti con la realtà.
E infatti, in quella “chiara sera” (ossimoro) per sempre ha perduto l’amata. E il petto è arido come una stella che dovrebbe emanare luce nella notte, ma che è spenta. Spenta perché la luce del giorno l’ha uccisa, e spenta perché le speranze d’amore del poeta sono finite.

Fonte

ALBA

Mi corazón oprimido
Siente junto a la alborada
El dolor de sus amores
Y el sueño de las distancias.
La luz de la aurora lleva
Semilleros de nostalgias
Y la tristeza sin ojos
De la médula del alma.
La gran tumba de la noche
Su negro velo levanta
Para ocultar con el día
La inmensa cumbre estrellada.

¡Qué haré yo sobre estos campos
Cogiendo nidos y ramas
Rodeado de la aurora
Y llena de noche el alma!
¡Qué haré si tienes tus ojos
Muertos a las luces claras
Y no ha de sentir mi carne
El calor de tus miradas!
¿Por qué te perdí por siempre
En aquella tarde clara?
Hoy mi pecho está reseco
Como una estrella apagada.

Tags alba, lorca, poesia