«Ho amato L’Aquila, poi è arrivato il sisma»
11 novembre 2016 Condividi

«Ho amato L’Aquila, poi è arrivato il sisma»

In mano una sigaretta accesa a tre quarti e, sul tavolo del dehor, un bicchiere di Negroni col ghiaccio. L’avanzare dell’autunno non toglie niente a questa piacevole serata. Gli artisti di strada – dal corso a piazza Salotto – e i mercatini enogastronomici mitigano la paura delle scosse del terremoto del Centro Italia. Guai a parlarne con il professore di letteratura spagnola Antonio Ronci, ora in pensione, dopo quarant’anni di onorato servizio nell’università dell’Aquila. Lui che all’Aquila adesso non tornerebbe neanche per prendere un caffè. «Da quella notte di sette anni e mezzo fa è cambiato tutto. Sono cambiato anche io», dice con la testa nascosta dal suo basco che lo rendeva un’icona tra i corridoi di palazzo Camponeschi. «Ho amato L’Aquila. Quella città mi ha dato tutto e io ho dato a lei tutto quello che potevo», gli occhi si illuminano mentre lo dice. «Siamo stati come due amanti che si possiedono. Lei possedeva me, io possedevo lei. Per quarant’anni, mica un giorno….

imagePoi è arrivato un altro, un terzo incomodo e ci siamo separati e in “malo modo” anche». E questo terzo incomodo è arrivato alle 3.32, quando il professore dormiva in un appartamento nella zona di piazza San Pietro, una delle più devastate del centro storico aquilano. Il pavimento resse l’urto ma il piano sottostante si accartocciò costringendo Ronci a restare appollaiato per oltre quattro ore sulle macerie in attesa dell’arrivo dei vigili del fuoco. «Vidi le stelle… ma non nel senso che mi sono fatto male, ho visto le stelle perché dal tetto scoperchiato dell’abitazione si vedeva il cielo». Il freddo, la paura, l’incertezza su come affrontare l’emergenza. «Sentivo gli uccelli cantare all’alba e mi veniva da gridare: “perché lo fate, cosa c’è da cantare ancora”». I mesi successivi sono stati molto difficili. «Fare lezione in strutture provvisorie o, ancora peggio negli ex magazzini dell’area industriale di Bazzano. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la città che ci siamo tutti lasciati alle spalle». Gli occhi si fanno quasi lucidi, ma il ricordo lo è ancora di più. «Gli aquilani, giocoforza, dovranno rinunciare per troppo tempo al centro storico, perché quell’insieme di gru e case puntellate che io non riesco più neanche a vedere da lontano non assomiglia neanche lontanamente alla città di cui mi sono innamorato perdutamente. Oggi sono rimaste solo le periferie».

di Fabio Iuliano – fonte: il Centro