Correre a Roma con tremila anni di storia sotto ai piedi
12 aprile 2016 Condividi

Correre a Roma con tremila anni di storia sotto ai piedi

Quarantadue chilometri e tremila anni di storia sotto i piedi. Un tuffo nella città eterna, ma anche tra i miei ricordi personali.Partenza davanti ai fori imperiali. Seconda onda. Mi metto in fila mentre annunciano il via imminente dell’handbike. C’è anche Alex Zanardì che farà il record del percorso. In questi due giorni avrà stretto non so quante mani. Avrà fatto non so quanti selfie. “Qual è il problema? Sono qui apposta…” ha detto quando ci siamo avvicinati per chiedere una foto insieme. Grandezza e semplicità di una leggenda, e non solo dello sport. Poi è la volta degli atleti veri. E poi tocca a noi. Il Colosseo alle spalle, l’Altare della patria sulla sinistra. Mi tremano le gambe, la maratona è iniziata.

20160410_080747_resizedDue-trecento metri e sbuchiamo davanti al Campidoglio, con la banda ad attenderci. Dal chilometro successivo iniziamo ad avvicinarsi verso il Circo Massimo dove ci sono gli stand delle associazioni. C’è anche Romaltruista, la onlus di volontariato per la quale sto cercando di raccogliere fondi, proprio attraverso la maratona e con tanto di casacca verde di ordinanza. Proprio a ridosso dell’area degli stand ci sono degli striscioni in favore del “sì” al referendum sulle trivelle. Mi chiedo a chi – con una maratona da completare – possa venir voglia di approfondire (tuttavia, se ancora dopo 42 chilometri mi viene da pensarci, quello striscione una sua efficacia ce l’ha avuta). Lasciato il Circo Massimo, la corsa si muove verso la zona di Piramide, alla volta di via Ostiense. Si passa anche per San Paolo Fuori le Mura.


Lì a fianco c’è l’ospedale Bambin Gesù che a sei mesi mi salvò la vita. Questa sgroppata su Roma mi presenta un ricordo dopo l’altro. Dopo via Marconi, arriviamo al Testaccio dove ad accoglierci, sui lati, sono sistemati band e artisti di strada. Ci sono tanti bambini che cercano le nostre mani. Magari, basta un “cinque” per far venir voglia a qualcuno di loro di provarci. Percorriamo un tratto di Lungotevere lasciandoci il Palazzaccio sulla sinistra. Il Vaticano è proprio a due passi. Piazza della Conciliazione, piazza San Pietro. Chissà se il Papa oggi si affaccia. Qualche pellegrino ci suona la carica. Ottaviano, viale Giulio Cesare e poi Lepanto. Da queste parti c’è il Cusi (Centro universitario sportivo italiano). Tante esperienze le devo a questa organizzazione.

Sempre da queste parti c’è una chiesa. Non ricordo come si chiama. Entrando, sull’ingresso c’è scritto “A te che vai di fretta, con tante cose da fare, fermati un attimo e chiedi al Signore che ti sveli il senso dell’andare e ti illumini il cammino”. Ci passiamo davanti. Vorrei orientarmi, ma i palazzi di questo quartiere, caserme comprese, sono tutti maledettamente uguali. Il passaggio in piazza Mazzini segna il tempo della mezza maratona: 2 ore e 18 minuti. Niente male, per come sono abituato. Ora però il problema è fare l’altra e mezza. “Best is yet to come”. Mi sento come qualcuno che sta precipitando da un palazzo e a metà strada dice a se stesso, “beh fin qui tutto bene”. L’acido lattico inizia a ricordarmi che in vita mia non sono mai andato oltre i 21 chilometri.

20160410_102856_resized_1La vera gara inizia ora, quando ci lasciamo alle spalle la magnificenza dei monumenti per imboccare la via degli impianti sportivi. Dallo stadio olimpico all’Acqua Acetosa fino al Flaminio. Ho uno strappo alla gamba destra e devo fermarmi più volte. Ma il polpaccio, gonfio all’inverosimile da qualche settimana, non sembra darmi alcun fastidio. “Vai tranquillo, all’altra maratona ho camminato dal trentesimo chilometro in poi”, mi fa un addetto allo spugnaggio a cui chiedo dell’acqua per mandar giù un antidolorifico. Troppo lontano il punto ristoro dei trenta chilometri (ce n’è uno ogni cinque). Sulla salita che lambisce il quartiere Prati supero un gallese. Mi do la carica cantando “Why, Why, Why, Deliah”. Lui risponde e canta con me. Gli dico che ho passato 9 mesi a Swansea e ci ho lasciato una fetta di cuore. Lui mi parla della sua Cardiff. Quanto è bello il Sei nazioni quando le strade di Cardiff si colorano di rosso. Pochi metri più avanti, una bandiera scozzese mi ispira un Flower of Scotland volante. Intanto, l’antidolorifico inizia a fare effetto. Ma i chilometri da fare sono ancora dodici.

Torniamo sul lungotevere. Pollini e vento leggero. Poi il tunnel prima di girare per il centro. Mi faccio due conti: correndo allo stesso passo dei primi dieci chilometri riuscirei a chiudere la maratona in meno di cinque ore. Ma più vado avanti e più sento la fatica. Quando capisco che non è cosa, rallento e faccio qualche sosta in più. Piazza Navona, Largo Argentina. L’atmosfera si scalda. I turisti affollano i ristoranti. Qui c’è odore di arrosto, lì di pesce. Vorresti fermarti e pranzare, tanto ormai il grosso è fatto. Sento la gente che mi chiama… “Fabio, Fabio!!”. Non male l’idea degli organizzatori di mettere i nostri nomi in bella vista sul pettorale. 20160410_142000_resized

Arriva poi il momento di via Del Corso, un lungo rettilineo di quasi due chilometri da piazza Venezia a piazza del Popolo. Da lì si raggiunge piazza di Spagna. Inizio a temere che l’ultimo punto ristoro non sia stato allestito. Invece, c’è solo da andare avanti poche centinaia di metri, a ridosso del tunnel che da piazza Barberini conduce a via Nazionale. Come vedo i banchetti mi fermo. Quasi il tempo di un aperitivo, con tanto di chiamata a casa. Per fare gli ultimi 2 chilometri ci metto più di 20 minuti. Al passaggio davanti all’Irish pub sulla discesa verso piazza Venezia dagli altoparlanti esce “Fields of Athenry”. È quanto basta per trascinarmi fino al traguardo.

di Fabio  Iuliano