Perché per me Parigi non è la stessa cosa
15 novembre 2015 Condividi

Perché per me Parigi non è la stessa cosa

No, per me non è la stessa cosa. Non ce la faccio a mettere questi nuovi attentati in relazione con altri episodi simili capitati in altre parti del mondo. Sharm el Sheikh, Beirut, Ankara e via indietro fino alla terribile strage avvenuta in Kenya ad aprile. Per me Parigi è un’altra cosa. Sono stato lì per quasi un anno complessivamente. Ho vissuto e lavorato in alcuni luoghi raggiunti da questi proiettili e quelli che a gennaio sconvolsero il mondo occidentale per la prima volta. Ricordate la storia di Charlie Hebdo?

Ho lavorato accanto allo Stade de France, anzi ci mangiavo dentro perché c’era una mensa niente male. Ogni volta che c’e una partita o un evento tutta la zona, altrimenti poco abitata, si riempie di un’energia surreale. Chi ha organizzato questo attentato sapeva di colpire al cuore. Colpire un luogo simbolo che può portare una risonanza incredibile, le esplosioni gettate in pasto al grande fratello globale. E questo, purtroppo, gli attentatori lo sapevano benissimo.

Come sapevano benissimo che entrando armati al Bataclan, durante il concerto degli Eagles of Death Metal, se la sarebbero presa con ragazzi come noi. “Portavano le nostre stesse scarpe, i nostri stessi vestiti, cantavano le canzoni che cantiamo ogni giorno”, qualcuno riflette online. Amavano i concerti che noi amiamo, che tutti noi amiamo. La musica non ha mai ucciso nessuno, ha invece sempre aiutato ad andare avanti e a tenere duro. E invece…”.

Lo sport, la musica. Due linguaggi universali con cui abbattere tanti mostri, tante barriere. E’ questo quello che mi sconvolge, quando la tragedia parte da quelle cose che dovrebbero darti sicurezza, coraggio e voglia di provarci sempre e comunque. “First come love, then come pain” cantano i Pearl jam rievocando i fatti di Roskilde, quando nel 2000 nove fan finirono nel fango proprio davanti ai loro occhi. Quando vieni tradito da tutto quello che dovrebbe proteggerti. Dieci giorni fa, quando hanno tirato giù quell’aereo sul Sinai, io mi trovavo in viaggio, verso il Marocco. Ho provato paura, paura di volare (per un po’… poi ti passa), paura di salire in alto. Mi sono sentito sfasato, un po’ come quando vivevo in un monolocale tra la Gare du Nord e la Gare de l’Est nel periodo immediatamente successivo all’attentato alle Torri Gemelle. Mi sono sentito sfasato a pensare che  non sarà più così facile tornare in quel posto magico che è Sharm El Sheikh, dove fascino e seduzione della storia egiziana si tuffano sulla barriera corallina. Quando si viaggia, provare paura fa male.

No, non tingerò di rosso, bianco e blu le mie foto su Facebook per seguire la moda del momento. Ma per me Parigi non è la stessa cosa.