Up here in my tree
15 luglio 2015 Condividi

Up here in my tree

Cosimo guardava il mondo dall’albero: ogni cosa, vista di lassù era diversa, e questo era già un divertimento.
Il viale aveva tutt’un’altra prospettiva, e le aiuole, le ortensie, le camelie, il tavolino di ferro per prendere il caffè in giardino. …
Mio fratello stava come di vedetta.
Guardava tutto, e tutto era come niente. …” (Il Barone rampante – Italo Calvino)  

Riporto una riflessione di Marijam da questo Forum 

Qui sul mio albero… i giornali non m’interessano affatto.
Non ho più grimaldelli per la testa… Preferisco scambiare storie con le foglie…
(…) Qui è così alto da graffiare il cielo…
Sono così in alto da trattenere il respiro… un profondo respiro nel petto…
Un ritorno all’innocenza …

Non appena ho cominciato a leggere Il Barone Rampante, il pensiero è subito volato a In my tree. Il senso di questa canzone si sposa benissimo con questo romanzo. È il rifiuto di regole assurde imposte dagli uomini nei confronti dei loro simili. È il recupero del rapporto con la natura. Il tentativo di trattenere l’innocenza di quando si era bambini e tutto sembrava possibile.

La storia, ambientata nel 1700, parla di un ragazzino, Cosimo, che si ribella alle consuetudini sociali della sua famiglia, così caparbiamente aggrappata ad un titolo nobiliare ormai decaduto. Lui, prendendo a pretesto un futile litigio, fa una scelta radicale: va a vivere su un albero del giardino, decidendo di non scendere mai più.

Pur apprezzando l’idea basilare di voler fondere insieme razionale e irrazionale in una storia che sembra scritta per gioco, devo ammettere che mi ha entusiasmato particolarmente la prima parte del racconto, poi ho cominciato a perdere il filo delle vicende. Inoltre, è vero che siamo catapultati in pieno Illuminismo, ma ho come storto il naso davanti a quella che ho letto come una visione un po’ troppo antropocentrica del mondo (che sicuramente rispecchia l’epoca storica del protagonista, ma non certo quella dell’autore). Quasi non traspare la sofferenza dell’esser costretti ad uccidere animali innocenti per sopravvivere, per coprirsi dal freddo gelido dell’inverno, o le difficoltà immani dello sforzo di continuare ad essere “uomo”, pur vagando sugli alberi. È solo accennato, insomma, il conflitto interiore legato a questo rito tutto particolare d’iniziazione ad una vita nuova.

Bellissima, invece, la concezione dell’albero-casa, in cui Cosimo stipa di tutto, dalle pentole alla marea di libri che negli anni continua a farsi arrivare dal suo libraio di fiducia. Interessante, soprattutto, la coerenza nel portare avanti un tale progetto: egli non metterà mai più piede per terra, ma continuerà a muoversi ciondolando da un ramo all’altro, da un pino ad un noce, da un giardino a quello successivo. Interiorizzando una visione d’insieme che elimina i confini, che sposta sempre più in là il limite dell’orizzonte, che guarda le cose da un’altra prospettiva, più ampia, non più limitata dall’esser ancorati alla nuda terra.