12 Marzo 2014 Condividi

Padre Quirino Salomone: i poveri spesso ignorati

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«Il crollo del campanile aveva ostruito l’ingresso del convento. Per uscire e metterci in salvo abbiamo dovuto forzare la porta interna facendoci largo tra le macerie. La vetrata esterna era completamente frantumata». Padre Quirino Salomone è sempre stato un ottimo comunicatore. Nel suo racconto di quella notte senti il freddo e lo smarrimento, ma anche il peso delle responsabilità che l’Ordine dei frati minori francescani gli aveva affidato nominandolo rettore della basilica di San Bernardino. I puntellamenti di quella struttura raccontano una storia inedita tra paura e speranza. È la storia di otto frati e di un pugno di studenti, rimasti all’Aquila per preparare degli esami. «Per fortuna», ricorda padre Quirino, «un bel gruppo di fuorisede era tornato a casa in vista delle imminenti vacanze di Pasqua, nonostante l’università fosse ancora aperta».

Come avete gestito il convento in quei giorni?

«La priorità è stata quella di sistemare tutti i frati nelle varie strutture della regione. Due si sono sistemati a Tagliacozzo, al convento dell’Oriente; altri due a Lanciano e uno solo a Teramo. In tre, invece, ci siamo trasferiti provvisoriamente a Tocco da Casauria. Ma quello per me era solo un punto di appoggio. Io facevo sotto e sopra con L’Aquila perché era importante continuare a svolgere il servizio religioso tendopoli per tendopoli, dalle messe domenicali all’ascolto dei fedeli. Sono entrato in quasi tutte le tendopoli della conca aquilana, da Ocre a Fossa, fino a Roio e Sassa. Ci siamo anche occupati del recupero della teca di San Bernardino che, dopo una serie di itinerari di peregrinatio è stata posta accanto all’altare della nuova chiesa che porta il suo nome a piazza d’Armi».

Lei ora vive in un alloggio adiacente alla chiesa. Gli altri frati dimorano ancora fuori città?

«Alcuni sono tornati e si sono stabiliti in un’ala agibile del convento in centro. Le cose non sono facili, ma andiamo avanti. Ci tengo a dire una cosa. Nel 2009, il padre provinciale di allora mi chiese di raccogliere i documenti e il codice fiscale di tutti i membri della nostra piccola comunità di otto frati. Quasi un anno dopo il sisma fui contattato per riscuotere l’autonoma sistemazione di tutti. Si può immaginare che la quota mensile moltiplicata per otto e il prodotto, a sua volta, moltiplicato per dodici mesi, costituiva una somma importante. Tuttavia, abbiamo deciso di comune accordo di rinunciarvi».

Per quale motivo, dopotutto erano soldi che vi spettavano?

«Era importante fare un gesto, lanciare un segnale, un esempio. Non sarebbe stato giusto prendere quei fondi visto che nessuno di noi ha avuto problemi di alloggio. Personalmente, sono stato contento di cedere parte di ricchezza in favore, magari, di gente che ha perso veramente tutto. Sarebbe stato bello, allo stesso modo, se passato il momento della prima emergenza tanta gente, a partire dai politicanti, avesse devoluto parte anche minima del loro contributo di autonoma sistemazione in favore dei più poveri tra i poveri. Mi riferisco soprattutto a un piccolo sacrificio richiesto a quelle persone che, nonostante il sisma, hanno continuato a percepire regolarmente il loro stipendio e, contemporaneamente, hanno goduto dell’assistenza da parte dello Stato. Perché adesso la vera emergenza è quella economica. Penso a quante attività hanno dovuto chiudere o a quante famiglie si sono ritrovate a dover pagare utenze di acqua, luce e gas per migliaia di euro perché qualcuno ha autorizzato gli enti a sospendere la riscossione per un certo periodo, salvo poi chiedere tutto insieme dopo».

La Mensa di Celestino rappresenta un indicatore sociale importante. C’è stato un aumento nell’affluenza?

«I poveri sono aumentati in relazione alla perdita di lavoro, è un vero dramma sociale. Ci vorrebbe un’assistenza speciale per questa fascia di persone. Sono quelli che arrivano qui con le bollette e che non sanno come pagarle. È paradossale, invece, che la gente che si lamenta di più siano gli impiegati, quelli che hanno un posto fisso e che non si rendono conto di cosa sia la vera indigenza. Da noi viene un centinaio di persone ma i pasti richiesti sono di più. Bisogna considerare che molti chiedono di portare a casa il cibo, per esempio per i figli che tornano da scuola».

A proposito di povertà, nel numero 100 della rivista Perdonanza è stato pubblicato uno speciale sulla situazione economico-finanziaria. Qual è il suo pensiero al riguardo?

«Economia significa amministrare le “cose di casa”, apparecchiare la tavola di famiglia. Economia significa soprattutto bene comune. Invece, alcune élite sovranazionali si sono dotate di organizzazioni e banche che fanno solo affari o di istituti di credito centrali. L’azione combinata di queste entità, con la complicità dei politici, ha fatto sì che il potere decisionale sia stato sottratto ai popoli e messo nelle mani di pochi. In tale contesto dilagano frode e usura, problemi di cui San Bernardino da Siena si è occupato e usava dire: “Pensate voi ricchi, quale grande e onorifico incarico ora avete, di dispensare agli indigenti le ricchezze di Dio».

di Fabio Iuliano – fonte Il Centro