7 giugno 2009 Condividi

L’orgoglioso ritorno degli aquilani nella loro città

di Goffredo Palmerini

io non crollo

L’Aquila – C’era orgoglio, coraggio e dignità civica sui volti degli aquilani giunti dalle tendopoli, dai borghi e dagli alberghi della costa abruzzese dove hanno precario alloggio per manifestare nella loro città la ferma intenzione di voler rientrare subito nelle loro case, di far rivivere l’incomparabile centro storico dell’Aquila, di tornare presto alle abitudini quotidiane nel cuore stesso della città. Una manifestazione composta, densa di pathos. Più di mille persone hanno sfidato il divieto d’accesso nella “zona rossa”, raccogliendosi attorno ai gonfaloni del Comune capoluogo, della Provincia e degli altri 48 Comuni del cratere del sisma. L’appuntamento nel parco delle Rimembranze, antistante l’Emiciclo, dove ha sede la più alta istituzione regionale, il Consiglio Regionale d’Abruzzo. Il 3 giugno, a quasi due mesi dal tragico terremoto che ha duramente colpito L’Aquila ed una parte dei borghi che quasi otto secoli fa contribuirono alla sua fondazione, gli Aquilani hanno riconquistato la loro agorà guardati con vigile e discreta e comprensione dalle forze dell’ordine che, inflessibili, dal 7 aprile presidiano tutti gli accessi della città antica raccolta dentro la cinta muraria. C’erano moltissimi Sindaci, con la fascia tricolore, sul piedistallo di fortuna allestito presso l’altare della Patria aquilano. Erano stretti l’un l’altro, non solo per l’angustia del palco, quanto per la condivisione della pesante responsabilità di governo che li grava nei confronti delle popolazioni che rappresentano, in un momento drammatico della storia delle loro comunità. Ma anche erano fieramente consapevoli d’interpretare delle loro comunità l’aspirazione, la voglia, le ansie e la volontà, fuse nella determinazione forte di far rinascere la città e i borghi, nelle forme architettoniche splendide e con le preziosità artistiche esistenti prima del sisma. Per tutto questo occorrono norme chiare, risorse finanziare certe, poteri e competenze ben definiti che coinvolgano le istituzioni locali nel difficile processo di ricostruzione. Mentre un po’ meno si ha necessità di promesse, di pacche sulle spalle, di rassicurazioni sulla parola, piuttosto che certezze per tabulas, ben scritte su una legge.

Ecco la ragione della manifestazione, dove tutti si sono sentiti pari, legati da un tacito patto di solidarietà, dove le istituzioni locali, provinciali e regionali, pur se variamente rappresentate sul piano politico, attraverso i loro rappresentanti hanno solennemente dichiarato d’aver ciascuna deposto, all’indomani del tragico 6 aprile, le rispettive casacche d’appartenenza per dedicarsi in piena concordia all’unico obiettivo, quello di far risorgere la città e i suoi borghi. Dunque una grande prova d’unità, non scalfita da qualche defezione, nell’esigere dal Governo e dal Parlamento – tra qualche giorno impegnato nella conversione in legge del decreto, in discussione alla Camera – un trattamento adeguato all’entità della catastrofe, , per assicurare alle popolazioni terremotate una completa ricostruzione, così come annunciato. Né di più di altri, ma neanche un centesimo di meno, ha affermato il Sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, intervenuto dopo la Presidente della Provincia, Stefania Pezzopane che ha rigorosamente fatto il punto della situazione. Ha infatti richiamato i positivi risultati finora raggiunti, ma anche quelli che ancora si attendono dal Parlamento, con decisioni e stanziamenti certi da calare nella legge di conversione per poter riparare le case danneggiate, ricostruire per intero i centri storici, recuperare l’immenso patrimonio artistico e monumentale, riattivare presto le attività di formazione – scuole, accademie, università e conservatorio – essenziali per una città degli studi come L’Aquila, per ripristinare le infrastrutture a servizio del Capoluogo della regione.

Infine, per l’economia d’un territorio così duramente colpito, s’attende dal Governo e dall’Unione europea la dichiarazione per L’Aquila di “zona franca”, con le conseguenti misure di sgravio fiscale, le sole capaci di far ripartire il sistema industriale, commerciale e terziario della città e far affluire nuove iniziative produttive. Lo ha detto con chiarezza Giorgio De Matteis, vice Presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo nel suo intervento, argomento poi ripreso da Americo Di Benedetto, Sindaco di Acciano, piccolo borgo della Valle Subequana, che ha parlato a nome dei Sindaci dei piccoli centri del cratere. Diversi parlamentari presenti, molti i consiglieri regionali, amministratori provinciali e comunali, senza distinzione d’appartenenza. Il deputato aquilano Giovanni Lolli, auspicando compattezza dei parlamentari abruzzesi, ha osservato come non occorrano parole per descrivere la gravità della situazione. E’ sufficiente che la Commissione Ambiente della Camera, di cui è componente, faccia un sopraluogo all’Aquila. Ha quindi confermato il suo impegno, anche con la presentazione d’un emendamento con misure a favore dei Vigili del Fuoco, eroici nell’opera di soccorso, ma traditi da promesse del Governo poi non mantenute. Ci si augura che lo sforzo delle istituzioni, sostenuto anche da decine di comitati di cittadini, in sede di discussione alla Camera possa portare le necessarie modifiche al decreto del Governo per garantire al meglio la ricostruzione.

Già, perché non tutti sembra siano consapevoli dell’enorme gravità di quanto accaduto all’Aquila due mesi fa. Lo sottolineava con rara efficacia Errico Centofanti, uno degli uomini di punta della cultura aquilana, in una nota scritta ad un mese esatto dal sisma, pubblicata su diverse testate in Italia ed all’estero. Questo l’incipit: “Lunedì 6 Aprile 2009 alle 3.32, un terremoto di inaudita violenza ha devastato la città dell’Aquila e decine di borghi della fascia pedemontana meridionale del Gran Sasso d’Italia, ha ucciso 300 persone, ne ha ferito 1.500 e per oltre 65.000 ha reso necessario il ricorso a alloggi di fortuna. Il Terremoto dell’Aquila, che fin dal 13 Dicembre è stato preceduto da centinaia di scosse minori, ha causato la più vasta e radicale distruzione di un’importante città antica dopo quella del Terremoto di Lisbona risalente al 1755. Sono questi i termini in cui la notizia avrebbe dovuto fare correttamente il giro del mondo, affinché la tragedia verificatasi potesse trovare un’appropriata rappresentazione nonché il presupposto per un suo adeguato risarcimento materiale. (…) La prima catastrofe, sotto l’apparenza di una stupida sottigliezza, scaturisce da un dirompente sovvertimento della realtà. “Terremoto dell’Abruzzo” si è messo a credere, invece di “Terremoto dell’Aquila”: un flusso di disinformazione miope e irresponsabile che, mirando ai vantaggi ricavabili da una futura gestione clientelare a pioggia dei fondi per la ricostruzione, ha minimizzato la portata degli atroci danni subiti dall’Aquila e ha duramente danneggiato le migliaia di imprenditori e lavoratori di quell’industria turistica che costituisce la spina dorsale dell’intera economia abruzzese (…)”.

Tante altre argomentazioni aggiungeva Centofanti, con un ragionamento che non fa una piega. Perché a molti davvero è sfuggita la dimensione del dramma che ha sconvolto L’Aquila, come non accadeva da secoli ad una città importante, capoluogo di regione, paralizzandone le molteplici funzioni istituzionali e civili. E ancora non accadeva ad una grande città d’arte, straordinaria per la singolarità della sua fondazione, della sua storia plurisecolare e della sua struttura urbana, dove è andato distrutto o seriamente danneggiato un centro storico di quasi quattro chilometri quadrati, ricco d’architetture uniche – chiese, palazzi, fontane, torri, porte urbiche, opere di fortificazione e castelli – ciascuna scrigno d’innumerevoli opere d’arte, tanto raffinate quanto sovente poco conosciute. Insomma, un gioiello urbano, incanto ed ammirazione d’ogni visitatore che della città, inaspettata nel suo diffuso splendore, faceva scoperta innamorandosene per sempre, come per un colpo di fulmine. Una città che per oltre tre secoli dalla sua nascita, nel 1254, recitò un ruolo rilevante in Italia, grazie alla sapienza dei suoi amministratori, alle personalità spirituali (papa Celestino V, San Bernardino da Siena, San Giovanni da Capestrano), per le libertà ed il prestigio che seppe ritagliarsi come città di confine, con gli Angioini prima e poi con gli Aragonesi. Crocevia di fatti politici di portata universale tra papato e impero, di conflitti e guerre tra regni e dinastie, ricca di commerci europei attraverso comunità straniere stabilmente insediate in città (tedeschi, francesi, spagnoli, albanesi, ma anche lombardi, veneziani, fiorentini ed altri), seconda città del regno dopo Napoli, godeva di privilegi fiscali, moneta propria ed autonomia nel governo civico secondo i suoi statuti. Questa, in pillole, L’Aquila attraverso otto secoli.

Ogni pietra, fino a quel 6 aprile, raccontava un pezzo di storia, recitava la sua origine e la sua foggia lavorata, dal Duecento al Novecento, declinandosi negli stili modellati da provetti maestri artigiani, dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco al Neoclassico e al Liberty. Migliaia le preziosità architettoniche censite come beni monumentali, costituenti l’enorme patrimonio d’arte. Oltre 1900 i vincoli apposti del Ministero per i Beni Culturali su chiese, case e palazzi dove ciascun cespite immobiliare riservava formidabili sorprese d’arte: facciate, absidi, altari, mausolei, portali, chiostri, bifore, cortili, pozzi, colonnati, logge, camini, stemmi lapidei di casati. E poi affreschi, paramenti lignei, dipinti, intarsi, arredi, ornamenti murari e cassettoni, ciascuno un pezzo unico o raro d’arte. Centinaia di palazzi nell’ordito urbano citano nomi di famiglie illustri che hanno fatto nei secoli la storia della città, nei commerci dei tessuti aquilani e dello zafferano, nelle professioni, nelle attività armentarie e nella produzione laniera, nella cultura e nelle scienze, negli incarichi civili e nella vita religiosa. L’Aquila è (era) una città prodiga di particolari, dove mai si finisce di scoprirne. Dove il turista curioso che s’avventurava nelle sue arterie ortogonali, ma anche nelle stradine, nelle coste e nei vicoli più reconditi dei quartieri, aveva miniere di dettagli su cui soffermarsi, persino sulla toponomastica singolare (sdrucciolo dei Poeti, via della Cutrettola, sdrucciolo dei Ciuchi, via dei Drappieri, via delle Tre Spighe, via degli Scardassieri). Il centro storico vivo in ogni palmo che, negli ultimi tre giorni della settimana, esplodeva intensamente e tirava a lungo le sue notti grazie ad una moltitudine festosa di giovani, decine di migliaia, che ne animavano ogni angolo, ambiente e locale. Era amata, L’Aquila, dai giovani. A cominciare dai trentamila studenti della sua Università, delle sue Accademie, del Conservatorio di musica, delle sue scuole d’alta formazione e dei centri di ricerca scientifica, come i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Ma anche dai giovani in armi, gli alpini del 9° Reggimento “L’Aquila”, gli specialisti della Brigata “Acqui”, gli allievi della Scuola Soprintendenti e Ispettori della Guardia di Finanza.

Ebbene, per la ricostruzione d’un centro storico come quello dell’Aquila occorrono risorse ingenti ed adeguate, non giaculatorie di maniera. Ben oltre i dieci miliardi di euro, che garantiscano la copertura finanziaria alla ricostruzione. Stanziamenti certi, non il ricorso aleatorio alle entrate del “Gratta e vinci”, come taluno ha supposto. Hanno ragioni da vendere i Sindaci, la Presidente della Provincia dell’Aquila, il Presidente della Regione, Gianni Chiodi. Anche il popolo italiano sarebbe ben disponibile nell’accettare il ricorso ad una tassa di scopo per finanziare la ricostruzione dell’Aquila, specie se gli si assicura la restituzione del versato tra qualche anno. Questa è la sfida che l’Italia non può perdere. E’ una sfida che l’intero sistema Paese deve vincere di fronte all’Europa ed al mondo. Tra qualche settimana L’Aquila sarà ancora al centro dell’interesse mondiale, nei tre giorni in cui vi si terranno i lavori del G8. I capi dei Paesi più sviluppati del mondo potranno vedere direttamente lo stato della città e magari impegnarsi ciascuno per ricostruire e restaurare uno dei tanti monumenti insigni dell’Aquila, dalla basilica di Collemaggio a San Bernardino, dal Forte Spagnolo a Santa Maria Paganica, da Sant’Agostino a Santa Maria del Suffragio, dai monumenti nel contado alla ricostruzione dei borghi distrutti, come farà la Germania con Onna. L’Aquila, nella sua precedente straordinaria bellezza e nella sua attuale sciagura è sotto gli occhi del mondo. Venia per l’infausto riferimento, per paradosso c’è voluto un terremoto devastante per far conoscere al mondo una città così straordinaria. Non c’è, sebbene attraverso immagini dolorose e disastrose, chi delle bellezze artistiche dell’Aquila non abbia scoperto l’impareggiabile unicità, per quanto brutalmente ferite dal sisma. Giornali e televisioni di tutto il mondo, per giorni e giorni, queste immagini hanno rilanciato in ogni angolo del pianeta, determinando un moto di solidarietà al pari d’una consapevolezza del valore inestimabile dell’Aquila e dei suoi borghi come beni dell’intera umanità. Anche per questo debbono poter tornare nella disponibilità mondiale, al più presto, nello splendore il più rispettoso della loro storia. E insieme ad essi deve rinascere l’intero centro storico, costituendo un irripetibile unicum urbano.

E’ augurabile che presto il cuore dell’Aquila, messo doverosamente in sicurezza e sgombrato delle sue rovine, veda sorgere tanti cantieri della ricostruzione, anzi del suo “rinascimento”. E che la città, pur ancora ferita, possa comunque esercitare una compatibile accoglienza, con le botteghe che potranno riaprire e con alcune attività che vi si potranno svolgere. Appena possibile. Un’accoglienza anche verso chi voglia visitarla, come si fa visita ad un amico ferito in un incidente, al quale si vuole bene. Venite a visitare l’Abruzzo, venite a visitare la sua città capoluogo. L’Aquila è bella, pur se sofferente, anche se gli oltraggi disastrosi del sisma dovranno ancora essere risarciti per restituirla alla primitiva meraviglia. Eppure l’affetto e l’attenzione che gli amanti delle città d’arte vorranno dedicarle nei prossimi mesi e nei prossimi anni, in corso di cura delle sue ferite, saranno un segno d’amicizia forte e d’apprezzamento del suo incomparabile valore architettonico. Un tributo d’amore alla sua storia straordinaria, un omaggio alla dignità ed alla compostezza dei suoi cittadini, un impegno a condividerne l’avvenire, seguendone la rinascita e riservandosi la gioia di poterla rivivere tutta, in ogni angolo, appena completamente guarita. Per essere, poi, testimoni nel mondo della sua straordinarietà.