All’Aquila il carnevale più breve al mondo
4 febbraio 2008 Condividi

All’Aquila il carnevale più breve al mondo

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di Goffredo Palmerini*

Dura solo tre giorni, quest’anno, il Carnevale all’Aquila. Un po’ perché la Pasqua è talmente bassa, per via del plenilunio, che tutto il calendario ne risente. Canonicamente il giorno di Pasqua è fissato dal ciclo lunare e cade nella domenica immediatamente seguente il primo plenilunio, dopo il solstizio di primavera. Dunque, la festività pasquale ricorre quest’anno appena dopo l’ingresso della primavera. Conseguentemente, considerato il tempo di Quaresima, il Carnevale cade martedì 5 febbraio. Ovunque si celebri la tradizione carnevalesca, a motivo della Pasqua bassa, nel 2008 il periodo è più breve,. E tuttavia il Carnevale ha potuto contare quasi sulla durata d’un mese. Dovunque, ma non all’Aquila. Perché nella città capoluogo dell’Abruzzo il Carnevale parte sempre dopo il 2 febbraio, festa della Presentazione di Gesù al Tempio più nota come festività della Candelora, per via del rito della consegna delle candele benedette. Corrono ora 305 anni da quel terribile 2 febbraio 1703 all’Aquila. Era appunto il giorno della Candelora.
Le chiese aquilane erano piene di fedeli quando, in pieno giorno, la terra fortemente tremò, e più volte, fino a sera. Solo nella trecentesca chiesa di San Domenico ottocento persone rimasero sotto le macerie. Molti ancora persero la vita nelle altre chiese della città che – per la stessa storia della sua fondazione con il concorso di molti castelli – erano assai numerose, quasi un centinaio.
Migliaia le vittime in quel giorno nefasto, oltre seimila con l’immediato circondario. Le splendide basiliche di Collemaggio, San Bernardino e la stessa Cattedrale, come le chiese di Santa Maria Paganica, Sant’Agostino, San Francesco e San Domenico, per citare le più grandi, furono gravemente danneggiate dal sisma, stimato oggi quasi alla massima potenza distruttiva. Tutto il patrimonio architettonico della città ne risentì, i tanti palazzi medioevali e rinascimentali, proprietà delle famiglie armentarie, commerciali e professionali furono strutturalmente compromessi. Crollati per le scosse gli edifici popolari, staticamente meno solidi. Davvero un’immane tragedia che ridusse la popolazione d’un terzo. Non che L’Aquila non fosse abituata ai terremoti, avendone subiti d’ogni specie dall’epoca della sua fondazione, nel 1254. Terra sempre ballerina, sul dorso dell’Appennino. Ma i precedenti terremoti erano stati tragici più che altro sulle cose, in particolare quelli del 1315, 1348, 1349, 1456, 1461 e 1654. Mai tante, però, erano state le vittime, sia per aver nel tempo gli aquilani migliorato le tecniche costruttive, sia per essersi la comunità preparata a proteggersi, quasi anticipando qualche attuale forma di protezione civile. Nel caso che trattiamo, però, tutto avvenne quando la gran parte della popolazione, molto legata alla ricorrenza liturgica della Candelora, si trovò riunita nelle chiese della città. Furono tra le vittime del terremoto il Vicario capitolare reggente la diocesi ed il Camerlengo della città. Un dramma del genere avrebbe schiantato la più forte tempra civica ed annichilito il senso comunitario. Per fortuna questo non avvenne all’Aquila.

Una relazione scritta tre mesi dopo la catastrofe, riporta: “…Si animarono gli smarriti cittadini rendendoli coraggiosi a non disabitare la loro Patria, come havevano principiato a fare alcune famiglie. Fu creato il Governo della Città, in luogo degli estinti del terremuoto. Si aprirono alcune strade più principali al commercio, buttando a terra l’avanzo delle muraglie, che minacciavano morte a’ passegieri. Si fabricarono più forni da cuocere il pane, essendo rimasti atterrati quelli che vi erano… Furono accomodati gli acquedotti della città…”. Walter Capezzali, studioso e presidente della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, in due suoi saggi sul Settecento aquilano, vi annota come la città in quella occasione dimostrò “…una forte volontà di rinascita e ricostruzione che in effetti doveva dare gradualmente i suoi frutti positivi (…). E ancora “ Il drammatico momento del terremoto è ancora significativo punto d’intersezione tra le due storie civile ed ecclesiale (…)”, rilevando il ruolo propulsivo del vescovo Tagliatatela nel restauro del duomo ed in altre importanti iniziative di rinascita. Si confermò così una tradizione civica di forte spiritualità e connotata da un solido rapporto con la Chiesa e con i tanti ordini religiosi presenti all’Aquila.
E tuttavia, quantunque fosse stata determinante la forza di reagire e la voglia di rinascere, nel gene della comunità questa tragedia s’incise profondamente. Errico Centofanti, ideatore e regista di grandi eventi, ma anche storico, nel suo libro “La festa crudele” sul terremoto del 1703, tra l’altro deduce come la stessa indole aquilana cambiò in conseguenza di quella tragedia. Se n’ebbe d’altronde percezione persino nei simboli civici. Gli antichi colori municipali della città, il bianco ed il rosso, dopo quel 2 febbraio 1703, divennero il nero e verde attuali, l’uno a ricordo perenne di quel lutto civico, l’altro in segno di speranza. Fatto sta che da allora quella tragedia e l’infausta data sono nella memoria collettiva. Cosicché scherzi e lazzi del Carnevale, all’Aquila, hanno un profilo privato e sobrio, mai antecedono la Candelora, ma hanno inizio solo all’indomani della ricorrenza, il 3 febbraio d’ogni anno. Dunque il Carnevale aquilano è anche il più corto al mondo. Nel 2008, appunto, è di soli tre giorni. Proprio un battito. Poi le Ceneri e la Quaresima.
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*gopalmer@hotmail.com – componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel mondo