All’inizio dell’autunno – più o meno il periodo della notte dei Ricercatori – non era insolito veder girare uno strano gruppo di persone tra via Garibaldi e piazza Regina Margherita.  Una reflex microfonata, un paio di cuffioni gialli vintage e un cellulare al seguito. A chiudere il gruppetto, due musicisti: Lorenzo Di Pasquale (Amelia) e Federico Vittorini, frontman delle Lingue Sciolte.  Sullo schermo del cellulare il testo di una canzone, rime baciate irregolari ad accarezzare il presente morbido delle notti aquilane: «È troppo tempo che non mi prendo sul serio e penso che… se è tutto sbagliato, la colpa è del vino…». Obiettivo della mini-troupe, fermare quanti

Dai riflettori sulla questione palestinese, alle diverse prospettive individuali, passando per “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, il travagliato ultimo film di Terry Gilliam. L’Aquila Film Festival torna a proporre la tradizionale rassegna d’essai con sei appuntamenti a ingresso gratuito in programma al palazzetto dei Nobili il giovedì, dal 15 novembre al 20 dicembre. Un’iniziativa che va un po’ a colmare un vuoto nel capoluogo che, dopo il terremoto, non ha mai trovato alternative a strutture come il cinema Massimo, il cinema Don Bosco o l’Imperiale, tuttora non fruibili. Per quegli spazi passavano le principali pellicole d’essai del momento. Si parte,

«Che mondo sarà nel 4038 e cosa sarà stato di noi? Cosa ne sarà dei sentimenti spontanei, dei sussulti del cuore, più in generale, dei rapporti umani?». La penna di Viola Di Grado, attraverso il suo romanzo “Bambini di ferro”, si confronta con questi punti di domanda. Il risultato è un potente racconto giocato in un vertiginoso oscillare tra la più antica tradizione buddhista e la gelida essenza hi-tech di un futuro che è già presente. La giovane scrittrice è stata all’Aquila per parlare del suo libro, insieme allo scrittore Stefano Carnicelli e all’attrice Barbara Bologna che ne ha letto

Lithium 48 racconta una storia che fin dalle prime pagine confonde e sconcerta il lettore. È impossibile infatti non domandarsi se la realtà che il protagonista Simone sperimenta sia concreta o frutto delle sue allucinazioni. Il ragazzo è vittima della paranoia di essere spiato da telecamere onnipresenti e da amici e colleghi di lavoro guidati da una regia esterna, cha ha il solo scopo di incanalarlo in una vita preordinata e rispondente a un copione scritto per intrattenere un pubblico di voyeur.

Mi chiamo Fabio ma una volta mi chiamavo Aine di Berucci e, a chiunque incontrassi, dicevo appunto: “Mi chiamo Aine di Berucci e ho cinque anni e mezzo”*. Erano tempi difficili, quelli. Una volta un bambino ha cercato di vendermi un pezzo di bosco. Sì, proprio un pezzo di bosco, per sole cinquecento lire. Io gli affari li fiuto. Cavolo, diventare proprietario di un pezzo di bosco per cinquecento lire è una cosa che non capita tutti i giorni. Il problema, però, che una volta comprato, mi sono dimenticato di farmi dare l’indirizzo. Da sempre, il mio rapporto con la campagna

La fine della Grande Guerra avrebbe dovuto segnare un punto di svolta negli equilibri dello scacchiere internazionale. E invece rappresentò una tappa di un percorso intricato che, alimentato da nazionalismi e ideologie, portò dritto dritto alla Seconda guerra mondiale. La pace non si può dare per scontata. Né allora né oggi. «A noi sembrò, fondando l’Europa, che si sarebbe posta la parola fine a tutte le guerre, almeno nel nostro continente. Oggi, purtroppo, la situazione è ben diversa», valuta Paolo Mieli, storico ed ex direttore del Corriere della Sera intervenuto all’Aquila in occasione del convegno “L’Italia della Vittoria, a cento anni dalla

La cifra stilistica di Paolo Genovese regista di film come “Perfetti sconosciuti” o “The Place” non è la stessa del Paolo Genovese scrittore: un romanzo come “Il primo giorno della mia vita” (Einaudi) ha un tessuto narrativo diverso da quello usato nel cinema. Dalle visioni drammatiche dei lungometraggi l’autore passa a un racconto che apre alla speranza. Una vicenda che contempla la possibilità di rialzare la testa quando tutto sembra perduto. Quella possibilità di portare la luce nel grigio, quel giorno in più. Emily, Aretha e Daniel hanno ognuno una ragione per essere stanchi di esistere, mentre Napoleon – personaggio

L’Aquila apre le porte a Margaret Doll Rod, la sacerdotessa del “garage glam”. Luci soffuse, atmosfere provocanti e arrangiamenti che spiazzano. Un mix tra sensualità e straniamento targato Usa, atteso domani alle 22 sul palco dell’Irish Cafè di Pianola. Una volta Margaret era la forza trainante dietro le Demolition Doll Rods, un leggendario trio il cui suono primordiale, primitivo – per non parlare della particolarità degli outfit – era conosciuto e apprezzato. Un revival garage-rock di influenza per numerosi gruppi tra cui i White Stripes, quelli del tormentone che ha accompagnato la cavalcata azzurra verso la Coppa del Mondo del 2006 a Berlino.

Cinema, thriller, scienza e fumetti nella seconda edizione di Scrittori al centro, la rassegna della Fondazione Carispaq inaugurata nel capoluogo lo scorso anno con Paolo Mieli, Stefano Bartezzaghi e Sandro Veronesi. Quattro gli autori invitati quest’anno. Si parte domani con Paolo Genovese, uno dei registi italiani contemporanei più interessanti e conosciuti, anche all’estero. Vincitore di due David di Donatello per miglior film e miglior sceneggiatura con “Perfetti sconosciuti” e autore di commedie di grandissimo successo come “Tutta colpa di Freud”, con Anna Foglietta e Alessandro Gassman, Genovese presenterà “Il primo giorno della mia vita” (Einaudi), un libro con quattro storie